Napoli: Qualità dei progetti, qualità delle realizzazioni e qualità delle relazioni…

… (Ovvero il minimo sindacale)

“Di fronte al golfo più singolare del mondo, questa fabbrica si è elevata in rispetto della bellezza dei luoghi e affinché la bellezza fosse di conforto nel lavoro di ogni giorno”: con questa frase l’imprenditore Adriano Olivetti inaugurò nell’aprile del 1955 la fabbrica di Pozzuoli.

Un esempio unico al mondo di architettura industriale con ambienti belli e funzionali, nel rispetto del paesaggio circostante. Riflettendo sugli esordi e sullo stato della “nostra” nuova unità produttiva nel Centro Direzionale di Napoli a Torre Saverio la mente è corsa al ricordo della lucida lungimiranza di Adriano Olivetti, un gigante dell’imprenditoria italiana ed internazionale.

Certo pare utopico oggi citare Adriano Olivetti in uno scenario dove vige esclusivamente la logica dell’aritmetica della mera riduzione dei costi, ma mai avremmo immaginato quanto stiamo osservando a Torre Saverio.

Le scrivanie sono più corte, più strette e disposte in righe da tre. Aree comuni e di transito ridotte all’osso. Numeri di bagni disponibili strettamente entro i limiti minimi della normativa. Insomma è stata infilata nello spazio locato quanta più gente possibile. Il risultato è un tangibile senso di “affollamento” accentuato dalla assenza o quasi di qualsiasi presidio, o mobilio, fonoassorbente.

Si dirà che “tutto è a norma”, “gli standard sono come quelli di Tiburtina” ecc., ecc.. Sarà pure, fino a prova contraria, che è tutto strettamente nei limiti di legge, (ma proprio stretto!) ma non siamo per niente convinti che quanto realizzato sia la giusta soluzione ed inoltre perché quanto (e se) applicato a Tiburtina (o altrove), è giusto che sia applicabile anche a Torre Saverio che ha una morfologia edilizia completamente diversa!

Sono state adottate le soluzioni ottimali pur nel rigoroso rispetto dei costi? Riteniamo di no! Basta girare nel medesimo edificio dove aziende diverse hanno adottato soluzioni diverse a seconda della propria filosofia aziendale. Chi si cimentasse in questo lodevole esercizio osserverebbe che ci sono impostazioni migliori (anzi palesemente migliori) della nostra.

Il benchmark, volendo, i progettisti (o meglio il committente) lo avrebbero facilmente trovato nel medesimo edificio prendendo spunto da sistemazioni più equilibrate ed appropriate in aziende, paradossalmente, anche molto vicine alla nostra. … !

In uno scenario così critico, come clamorosamente esploso negli ultimi giorni, riteniamo che l’attento e sistematico ascolto dei lavoratori ed il loro coinvolgimento, siano essenziali per la formulazione, la rimodulazione o messa a punto di progetti che, alla prova dei fatti, risultano deboli o di dubbia sostenibilità o convenienza.

Non possiamo non rilevare che il progetto sta interessando lavoratori di un’unità produttiva che più di altre è stata coinvolta negli ultimi anni a collaborare con metodologie e processi di miglioramento produttivo ispirati al “Kaizen” (cambiare in meglio, miglioramento continuo); il che suona come una beffa.

Non possiamo quindi non chiedere all’azienda un confronto su questo delicato tema immobiliare e chiamare alla mobilitazione i lavoratori.

Autoreferenzialità delle Direzioni, scarsa cura ed attenzione ai dettagli e desolante lontananza dalla realtà operativa vissuta dai lavoratori sui territori nono sono compatibili con la qualità dei progetti, la qualità delle realizzazioni e la qualità delle relazioni industriali e sociali in cui fermamente crediamo.


Allegato:

“Così, di fronte al golfo più singolare del mondo, questa fabbrica si è elevata, nell’idea dell’architetto, in rispetto della bellezza dei luoghi e affinché la bellezza fosse di conforto nel lavoro di ogni giorno. Abbiamo voluto anche che la natura accompagnasse la vita della fabbrica. La natura rischiava di essere ripudiata da un edificio troppo grande, nel quale le chiuse muraglie, l’aria condizionata, la luce artificiale, avrebbero tentato di trasformare giorno per giorno l’uomo in un essere diverso da quello che vi era entrato, pur pieno di speranza. La fabbrica fu quindi concepita alla misura dell’uomo perché questi trovasse nel suo ordinato posto di lavoro uno strumento di riscatto e non un congegno di sofferenza. Per questo abbiamo voluto le finestre basse e i cortili aperti e gli alberi nel giardino ad escludere definitivamente l’idea di una costrizione e di una chiusura ostile…”

23/4/1955 – Adriano Olivetti stralcio dal discorso inaugurale dello stabilimento di Pozzuoli (NA)

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