ANCORA UN AFFONDO DELLA CORTE COSTITUZIONALE AL JOBS ACT

Una nuova pronuncia della Corte Costituzionale è intervenuta dichiarando l’illegittimità di una disposizione presente nel Jobs Act.
Dopo la sentenza n. 194/18 che aveva dichiarato l’illegittimità dell’automatismo della fissazione dell’indennizzo per l’illegittimo licenziamento per giusta causa o giustificato motivo previsto dal D.Lgs. n. 23/2015, con la sentenza n. 150/2020, la Corte attacca l’analogo automatismo previsto per l’indennizzo dell’illegittimo licenziamento per vizi formali o procedimentali.
Il D.Lgs. n. 23/2015 contiene le “Disposizioni in materia di contratto di lavoro a tempo indeterminato a tutele crescenti”: disciplina gli effetti dell’illegittimità del licenziamento affetto da vizi formali e procedurali, disponendo che il giudice dichiara comunque estinto il rapporto di lavoro alla data del licenziamento, ma condanna il datore di lavoro al pagamento di un’indennità, non assoggettata a contribuzione previdenziale, di importo pari a una mensilità dell’ultima retribuzione di riferimento per il calcolo del trattamento di fine rapporto per ogni anno di servizio, in misura comunque non inferiore a due e non superiore a dodici mensilità.
Già due anni fa, la sentenza n. 194/18 aveva dichiarato illegittimo il criterio della sola anzianità di servizio per il caso di illegittimità del licenziamento intimato per giusta causa o giustificato motivo che oggi, con il “decreto Dignità”, prevede una “forbice” più ampia: con un minimo di 6 ed un massimo di 36 mensilità di retribuzione (norma, di fatto anch’essa violativa dei parametri indicati dalla Corte).
Già in quell’occasione la Corte ha ripristinato la discrezionalità dei giudici, nell’individuazione dell’importo più adeguato da riconoscere al dipendente licenziato illegittimamente (sempre ovviamente contenuto nella forbice indicata dalla legge).
Quest’anno, la Corte costituzionale ha nuovamente bocciato il Jobs Act applicando i medesimi principi declinati nel 2018, con riferimento alla fattispecie, dei licenziamenti illegittimi per vizi formali o procedurali: i giudici costituzionali hanno dichiarato incostituzionale il criterio di esclusivo riferimento all’anzianità di servizio per la determinazione dell’indennità da corrispondere al lavoratore licenziato illegittimamente.
La Corte Costituzionale ha ribadito che il criterio di computo dell’indennità da corrispondere in caso di licenziamenti viziati sotto il profilo formale o procedurale, se rivolto a considerare esclusivamente l’anzianità di servizio, “non fa che accentuare la marginalità dei vizi formali e procedurali e ne svaluta ancor più la funzione di garanzia di fondamentali valori di civiltà giuridica, orientati alla tutela della dignità della persona del lavoratore”.
I Giudici hanno rilevato che tale meccanismo riduce “in modo apprezzabile sia la funzione compensativa sia l’efficacia deterrente della tutela indennitaria”. Inoltre, una soglia minima fissata in due mensilità di retribuzione, spesso non pone adeguato rimedio alla gravità delle condotte del datore di lavoro. La Corte ha ritenuto tale logica contrastante sia con i princìpi di eguaglianza e di ragionevolezza sia con la tutela del lavoro costituzionalmente garantita.
Nelle sue motivazioni la Corte afferma che non è consentito al legislatore di trascurare la “vasta gamma di variabili che vedono direttamente implicata la persona del lavoratore”.
La Corte, in considerazione dei principi costituzionali riconducibili all’art. 3, ha rilevato come la norma censurata determini una “indebita omologazione di situazioni che, nell’esperienza concreta, sono profondamente diverse”, con ciò evidentemente violando il principio di eguaglianza sostanziale celebrato nell’articolo citato.
La Corte, poi, reclama ancora una volta la necessaria garanzia di una tutela adeguata del lavoratore, in relazione ad un evento “in sé sempre traumatico” quale il licenziamento: evidenzia quanto sia necessario il riconoscimento del giusto ristoro e la salvaguardia di una efficace funzione dissuasiva dell’indennizzo che verrebbe meno nei casi di minore anzianità di servizio.
La predeterminazione dell’indennità sulla base della sola anzianità di servizio vìola anche gli articoli 4 e 35 della Costituzione, che tutelano “la giusta procedura di licenziamento, diretta a salvaguardare pienamente la dignità della persona del lavoratore”. L’anzianità di servizio deve essere “la base di partenza della valutazione” e, “con apprezzamento congruamente motivato, il giudice potrà ponderare anche altri criteri desumibili dal sistema, che concorrano a rendere la determinazione dell’indennità aderente alle particolarità del caso concreto”.
A tal proposito, la Corte afferma che potranno essere presi in considerazione dal Giudice, nella sua valutazione, anche la gravità delle violazioni, il numero degli occupati, le dimensioni dell’impresa, il comportamento e le condizioni delle parti.
La Corte ha ancora una volta invitato il legislatore a “ricomporre secondo linee coerenti una normativa di importanza essenziale, che vede concorrere discipline eterogenee, frutto dell’avvicendarsi di interventi frammentari”.
Nel merito, UNISIN Falcri Silcea Sinfub da sempre esprime una linea chiara e ben definita: è nostro assoluto convincimento che, in qualsiasi caso di illegittimità del licenziamento, non possa che esservi un solo rimedio, ovvero la reintegra del lavoratore sul posto di lavoro e il riconoscimento del diritto al risarcimento del danno (ben diverso dalla logica indennitaria attualmente prevista dalla disciplina sia del Jobs Act, che della “legge Fornero”).
Nel nostro settore il tema è particolarmente sentito e a prova di ciò si rammenta quanto indicato all’art. 31 dell’Accordo di rinnovo del CCNL del 19 dicembre scorso, laddove, con una dichiarazione congiunta delle parti, si dichiarava che “in relazione alle richieste sindacali in tema di licenziamenti disciplinari illegittimi contenute nella piattaforma per il rinnovo contrattuale anche in considerazione delle peculiarità dell’attività bancaria, le Parti hanno approfondito i recenti orientamenti giurisprudenziali (tra cui, Cass. n. 12174/2019). Tenuto conto altresì che in giurisprudenza sull’ambito di applicazione della reintegrazione permangono incertezze, anche in ordine alla legislazione europea, sulla coerenza del complessivo assetto normativo, le Parti auspicano che nelle sedi competenti si realizzino gli opportuni interventi legislativi a tutela delle lavoratrici/lavoratori con riferimento agli aspetti collegati ai casi di licenziamento disciplinare illegittimo per insussistenza del fatto contestato o per sua irrilevanza disciplinare.