LA SASSATA WEB: ALLA RICERCA DELLA PACE DEI GIUSTI – N.25

ALLA RICERCA DELLA PACE DEI GIUSTI

di Savino Balzano


Quanto accaduto recentemente a Milano, con il licenziamento del collega di cui da queste stesse colonne scriveva qualche giorno fa il nostro Joseph Fremder, lascia spazio a innumerevoli considerazioni.

Mi sento di sottoscrivere ogni parola adoperata da Joseph, comprese le argomentazioni di carattere giuridico: continuo a domandarmi come diavolo sia possibile licenziare per giusta causa un lavoratore se, durante tutto il procedimento disciplinare, si continui a comandargli di ricoprire la stessa identica mansione oggetto del procedimento disciplinare medesimo. Soprattutto alla luce del fatto che il licenziamento è motivato dal venir meno del rapporto fiduciario.

Chi non si occupa quotidianamente di queste cose magari non è perfettamente consapevole circa le differenze tra un licenziamento per giusta causa e un licenziamento per giustificato motivo soggettivo: sono entrambi licenziamenti disciplinari, ma il primo è riconducibile a fatti più gravi, per dirla facile. Infatti, mentre il licenziamento per giustificato motivo soggettivo decorre a partire dalla decisione (di licenziare, appunto, a seguito del procedimento disciplinare), il licenziamento per giusta causa decorre a partire dal momento stesso dell’irregolarità: è come se fosse “retroattivo”. Per semplificare, il primo di gennaio hai rubato una caramella: se voglio licenziarti per giustificato motivo soggettivo, lo farò a partire dal momento in cui termina il procedimento disciplinare; se voglio licenziarti per giusta causa, farò decorrere il licenziamento retroattivamente a partire dal giorno stesso del furto della caramella, il primo gennaio.

Di solito, quando le cose sono particolarmente gravi, il datore di lavoro si avvale del diritto di sospendere il dipendente durante il procedimento in attesa del verdetto: si tratta di una sospensione cautelativa, volta a tutelare l’azienda da ulteriori danni che il lavoratore potrebbe commettere e, non essendo una “punizione” (ma solo una precauzione), essa è ovviamente pienamente retribuita.

Nel caso di cui parlava Joseph, il collega non è stato sospeso cautelativamente: ha continuato a lavorare nello stesso identico posto, con le stesse identiche mansioni di sempre, svolgendo gli stessi compiti che aveva svolto praticamente per quarant’anni. Non è un mero dettaglio poi che questi mesi siano stati caratterizzati dalla pandemia: lavorare in rete, allo sportello, espone la persona a rischi (figuriamoci in Lombardia!) di facile percezione.

Davvero si fa fatica a comprendere le logiche di questa vicenda: cosa abbia prevalso, cosa abbia avuto la priorità. Si potrebbe pensare, ma sono certo che le cose non siano andate così, che qualcuno abbia voluto sfruttare l’opportunità di far lavorare quella persona fino all’ultimo giorno, strappandogli fino all’ultima goccia di energia e dedizione, e che magari le ragioni a sostegno del licenziamento non fossero così convincenti neppure per chi le sosteneva. Sarebbe uno scenario tanto sconfortante da non poter essere vero e le cose non possono essere andate così: non resterebbe traccia d’umanità, di comprensione, di compassione, di giustizia.

Da lavoratore e ancor di più da sindacalista, mi interrogo su cosa possa passare nella mente di un uomo nel momento in cui si vede riservato un trattamento del genere da parte dell’azienda per la quale ha lavorato diligentemente per ben quarant’anni. Cosa può pensare una persona dinanzi a fatti di tale portata? Parliamo di un lavoratore stimato da tutti, il licenziamento del quale genera eco su tutto il territorio nazionale, al punto da lasciare interdetti anche noi, qui a Roma, e lo stesso sentimento lo si registra in tutte le città dove la Banca è presente, dove i lavoratori sono presenti.

Lo sgomento è unanime, come la solidarietà di tutti noi.

Che una disattenzione ci possa essere stata non lo stiamo qui a confutare, non sarebbe lucido e onesto, ma chi non sbaglia mai? Capiterà anche all’Amministratore Delegato o al Capo del Personale di commettere qualche errore di tanto in tanto: chi lavora, chi lo fa ogni giorno con impegno per ore ed ore, non sarà mai sollevato dal rischio di commettere qualche imprudenza. Mandiamo via tutti?

Chi detiene determinate responsabilità deve ponderare tutti gli elementi in gioco: il fatto ad esempio che il lavoro è parte essenziale della vita di una persona, le conferisce senso persino, e decisioni di questo tipo possono avere un effetto drammatico, dirompente, finendo con lo sconfessare parte del senso stesso di un’esistenza: ai propri occhi, a quelli degli altri.

Forse finirei persino col domandarmi chi sono, chi sono stato: il senso di quarant’anni di giorni vissuti in un certo modo. Di questo c’è stata contezza? C’è piena consapevolezza della portata di certe scelte?

Vorremmo si trattasse solo di un incubo, come quando senti dei rumori in piena notte e ti ritrovi col cuore a mille, ma poi ti alzi e scopri che non c’è nessuno, che puoi tornare a letto sereno e con la pace nel petto. Ecco, questa pace, quella che qualcuno definisce “la pace dei giusti”, la stessa pace che dona sollievo alle giornate stanche di ognuno di noi, non ha trionfato in questa vicenda. Proprio no.