Se questa è una banca: quegli insulti non valgono più la tredicesima

Ai microfoni di Senzafiltro – Notizie dentro il Lavoro, in un’intervista di cui vi proponiamo una parte, Tommaso Vigliotti spiega come il lavoro in banca sia cambiato, come le pressioni commerciali sui lavoratori siano ormai insostenibili e torna sul caso di E.S., il nostro collega licenziato a Milano.


Se questa è una banca: quegli insulti non valgono più la tredicesima*

C’era una volta la banca. Il posto sicuro, la tredicesima, la quattordicesima e in alcuni casi anche la quindicesima. L’immaginario voleva il bancario come un fortunato che aveva trovato un impiego, forse un po’ noioso (“sei entrato banca pure tu?”, cantava Venditti), ma tutto sommato tranquillo.

Oggi non è più così. Gli orari sono diventati flessibili anche negli istituti di credito. Il lavoro autonomo si sta diffondendo anche con i contratti ibridi, e negli ultimi anni ha fatto la sua comparsa anche il mobbing. In gergo tecnico e sindacale si chiama pressione alla vendita, ma alcuni comportamenti hanno richiesto l’intervento del sindacato. Al centro del dibattito c’è innanzitutto il passaggio alla vendita online o anche telefonica, con le quali molti istituti stanno sostituendo gli sportelli bancari (in dieci anni in Italia si è registrata una diminuzione dell’11%).

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Altro punto dolente sono i criteri di valutazione del gradimento di una filiale presso i clienti. Sono le interviste telefoniche che chiunque ha ricevuto, e nelle quali una voce gentile dall’altro capo del filo chiede se si è soddisfatti della filiale dove si ha il conto.

«Spesso le scale decimali – dice Tommaso Vigliotti, segretario responsabile dell’Unisin BNL – vengono realizzate mettendo la sufficienza molto in alto. Il cliente magari pensa di dare una valutazione positiva assegnando un sette o un otto, ma in realtà per la banca non lo è; così il budget si decurta. L’impegno del sindacato in questi anni è stato orientato a limitare questo tipo di comportamento, inserendo nel contratto nazionale, ad esempio, il diritto alla disconnessione. Inoltre il limite di orario per il lavoro è stato posto per tutti non oltre le 19.»

La vendita indiscriminata delle banche: “No polizza, no mutuo”

Le strategie per costringere gli impiegati a vendere sono le più disparate.

C’è chi fissa obiettivi settimanali, oppure chi chiede di rimpiazzare i conti correnti che chiudono (anche se l’intestatario e deceduto) con altri conti correnti. Nel caso in cui poi si chiedano piccoli prestiti di qualche migliaio di euro, c’è anche chi chiede all’impiegato che li concede di proporre una carta revolving, una prepagata dai costi mensili, che ogni mese pesa sulle tasche del richiedente del prestito.

La nuova regola per molti istituti bancari è di far sottoscrivere al cliente che vuole un mutuo anche una polizza vita, sempre con la banca stessa. In alcune filiali è circolato lo slogan “No polizza, no mutuo”. È di questa settimana la notizia che molte banche inizieranno a vendere polizze auto. E in periodo di COVID-19 le cose non sono migliorate.

«I colleghi nelle agenzie – hanno denunciato in un comunicato ad aprile i sindacati BNL – subiscono pressioni continue e costanti. Alcuni lavoratori ci riferiscono di tentativi decisamente immorali di condizionamento del lavoro in agenzia: l’input sarebbe quello di indurre i clienti con investimenti in grave perdita a disinvestire per acquistare altri prodotti, di natura assicurativa. Pressioni commerciali sarebbero esercitate anche sui lavoratori in lavoro agile: interventi invasivi, malamente intrecciati a forme illegali di controllo a distanza, persino mediante WhatsApp, per sollecitare lavorazioni e chiedere conto dello stato sulla barra telefonica.»

La vendita indiscriminata non è solo eticamente scorretta, ma anche rischiosa. Le normative infatti dicono che i prodotti finanziari devono essere venduti ai clienti anche in base al loro profilo. Ci sono dei questionari che identificano le conoscenze e l’esposizione al rischio del singolo cliente, e di questo bisogna tenere conto. Oltre al fatto che chi non si sente tutelato dalla propria banca può trascendere, e prendersela con chi gli ha venduto un prodotto poco soddisfacente pur di fare business. Il coordinamento sindacale del gruppo BPM ha rilasciato in questi giorni un comunicato sul tema.

Storie di banca e malabanca

I segretari delle principali sigle sindacali hanno presentato un esposto a tutte le procure d’Italia per denunciare il crescente clima d’odio nei confronti dei bancari.

«Si tratta di un clima di odio pericoloso – spiega il comunicato – che trae origine dalla necessità di individuare a tutti i costi un colpevole per i ritardi che si stanno verificando in relazione al decreto liquidità del governo e ai prestiti garantiti dallo Stato, che vengono erogati con alcune difficoltà mai imputabili alle lavoratrici e ai lavoratori bancari.»

Le ultime settimane hanno visto i bancari sempre più esposti ad aggressioni e ingiurie. A Bari un cassiere è stato aggredito per essersi rifiutato di cambiare un assegno a un cliente il cui conto corrente non aveva saldo sufficiente, perché i soldi versati in mattinata non erano stati ancora accreditati. Ad Alghero hanno cercato di incendiare la filiale di una banca, mentre a Varese un direttore di banca si è trovato le gomme bucate per aver rifiutato uno “scoperto” a due commercianti. A Collecchio una vetrina è stata presa a sassate da un artigiano al quale è stato rifiutato un prelievo da 1.200 euro perché non li aveva sul conto, mentre a pochi passi, a Gallarate, un correntista insofferente al distanziamento sociale ha iniziato a sputare in faccia a tutti.

«Spesso – continua Vigliotti – il bancario viene lasciato solo e senza nessuna tutela. Anzi, se c’è un errore il rischio è che paghi lui». Come il bancario milanese che a meno di due anni dalla pensione si è visto licenziare. La sua colpa? Nella filiale dove lavora da solo, con un computer Windows 7 che spesso deve essere riavviato, ha appoggiato una busta con del denaro (70.000 euro coperti comunque da assicurazione) sotto la sua scrivania. Ha riavviato il computer per caricare i programmi e si è assentato per fare uno dei tanti lavori che è costretto a fare contemporaneamente. Quando è tornato la busta non c’era più. Dopo nove mesi in cui ha continuato a lavorare nella stessa filiale, senza alcun richiamo, si è sentito comunicare la notizia del suo licenziamento.


*Fonte: https://www.informazionesenzafiltro.it