25 APRILE: LA RESISTENZA DELLE DONNE

di Milena Di Fina

L’inverno scorso ho letto un libro bellissimo scritto da Benedetta Tobagi, dalla quale ho preso in prestito il titolo di questo articolo: La Resistenza delle Donne. Mi sono scontrata con un tema cui siamo abituate da sempre: il valore e il lavoro delle donne viene sempre oscurato da qualcos’altro, non viene tenuto in considerazione. Quello della Resistenza e del ruolo delle Partigiane durante tutto il periodo, è proprio l’esempio calzante. Il libro di Tobagi racconta la guerra, la vita e le esperienze tragiche di donne coraggiose che hanno lottato contro il fascismo e il nazismo accanto ai Partigiani. Hanno prestato assistenza, hanno combattuto, hanno fatto staffette, hanno rischiato la vita allo stesso modo degli uomini ma in maniera diversa, complice sicuramente il periodo che le voleva relegate da sempre e ancora ad essere soltanto mogli, figlie e madri amorevoli. Finalmente Tobagi dà voce alla metà della Storia dimenticata, taciuta, resa con questo silenzio meno importante della Resistenza combattuta dai Partigiani.

Le Partigiane hanno svolto ruoli differenti, dalle staffette alle infermiere, ma anche combattenti armate o disarmate, Tobagi le chiama le “invisibili”, eppure hanno affrontato la furia nazista al pari degli uomini: torture, deportazioni, violenze, massacri. Donne di tutte le classi sociali che hanno fatto parte della Resistenza con i propri mezzi, ma che subito dopo la Liberazione sono state rimesse nei ranghi, volutamente dimenticate e cancellate dal racconto storico. Questo libro invece, parla proprio di coraggio e tenacia, di ammirazione per la Resistenza delle Partigiane che finalmente libere da corsetti e mura domestiche, sono libere di sentirsi parte della Storia, individui capaci di farsi valere, Donne che trovano nella Resistenza un motivo di riscatto sociale, una reazione a tutte le ingiustizie che vivevano sulla loro pelle e vedevano con i propri occhi intorno a loro.

 

Mentre le mondine della Bassa padana inizialmente lottano per la salvaguardia della famiglia “sebben che siamo donne paura non abbiamo, per amor dei nostri figli in lega ci mettiamo”, successivamente lo fanno per se stesse e rivendicano di possedere una voce e personalità in abbondanza, a dispetto del ruolo materno e repressivo cui vuole relegarle la società. Per tutte le donne che si uniscono alla Resistenza il leit motiv è sempre lo stesso: un momento di rottura e rinascita. Una rivoluzione interiore che passa per una inevitabile rottura con tutto ciò che fino a quel momento hanno dovuto vivere con la repressione cui erano destinate, per rinascere finalmente donne libere.

C’è una straordinaria esperienza che mi piace riportare di Marisa Ombra, Partigiana: “Per la prima volta prendevo decisioni importanti, assumevo responsabilità personali impensate fino a quel momento, e me le assumevo da sola, senza il sostegno e il consiglio dei famigliari. Improvvisamente ero adulta e responsabile di me stessa. Questo sentimento si accompagnava a una sensazione di straordinaria libertà.” È così che tutte insieme, libere dai limiti imposti dalle famiglie, dalle condizioni sociali, dall’essere donna, unendosi alla lotta partigiana danno vita anche a una grande guerra di liberazione delle Donne. Rosa Biggi dice “Finalmente mi sono sentita qualcuno, in un mondo in cui le donne erano in massima parte nessuno, semplice funzione riproduttiva, capitale familiare, forza lavoro gratuita, risposta ai bisogni altrui”.

Il passaggio alla Resistenza e alla nascita dei Gruppi di Difesa della Donna è epocale ma naturale, poiché il loro obiettivo finale trascende ora la guerra: vogliono costruire una società più giusta, anche per se  stesse. La piattaforma di rivendicazioni messa in campo e nata dall’unione antifascista è lapalissiana: parità giuridica, politica ed economica.

Il 25 aprile 1945 rappresenta per le Donne della Resistenza, sentimenti diversi e contrastanti: alcune piangono perché i loro compagni non torneranno dalla guerra, altre perché sanno che non avranno più quella libertà respirata sulle montagne, per strada, nella loro vita. Quello che accade successivamente è una vera e propria cancellazione delle Donne dalla Resistenza italiana a volte banalmente per evitare spiacevoli pettegolezzi, meglio che tornino a casa a cucinare e a fare la calza. Quelle che si fanno mettere la medaglia al petto al valor militare sono troppo poche rispetto a quelle che hanno combattuto la guerra partigiana, che hanno messo quotidianamente a repentaglio la loro vita tra pericoli di ogni sorta e difficoltà molteplici.

Tante hanno dovuto imbracciare le armi, ma tante altre le hanno rifiutate, facendo guerra alla guerra, sovvertendo la prospettiva militarista in un impegno pacifista, traslato infine a Montecitorio con le ventuno donne elette all’Assemblea Costituente, quando il 24 marzo del 1947 lo riportano nella Costituzione ripudiando la guerra.

Il 25 aprile del 1945, del 2024, di ogni anno a venire per sempre, è Liberazione dal fascismo e dalla cultura delle guerre, è Resistenza e resilienza, è Libertà e partecipazione.

 

Da La Resistenza delle Donne, di Benedetta Tobagi

“I loro nomi di battaglia sono ordinari, innocenti. Chi penserebbe mai che una Trottolina può scaricarti addosso la cartuccera di un mitra? Niente Falchi né Lupi, spietati Robespierre o spavaldi D’Artagnan. Mancano i riferimenti a cui rivolgersi, le stelle a cui attaccare l’aratro. Serve a poco Cleopatra, Teodora ancor meno. Niente regine lascive o nobildonne assassine: sono di stoffa buona, loro, oneste e perbene, checchè ne dicano i maligni. Alle «politiche» più illustri tocca un nome da uomo. Ada Gobetti è Ulisse, chi altri?

La storia non offre precedenti, né modelli. Non è mai stata il loro campo, fino ad ora. Non ha scritto delle vedove incrollabili che hanno retto le famiglie e le fattorie, delle madri che si sono sfiancate nei campi e sulle pietre dei lavacri. Delle assennate amministratrici di botteghe, mulini e magazzini, donne senza uomini che destano sospetti, che i compaesani ostili provano a mettere in ginocchio con le minacce o gli incendi dolosi.

Sono maestre di se stesse e s’insegnano a vicenda, hanno ancora tanta vergogna, dentro. Hanno paura ad aprir bocca, schiacciate sotto il peso dei libri non letti, dei diplomi mai presi. I nomi di battaglia sono come quelli ordinari: Elena, Maria, Rosa, Piera, Luisa, Laila, Cecilia, Gloria, Lidia, Vittoria, Matilde, Sonia, Lucia, Camilla, Laura… Se scelgono un’immagine, sono, con modestia, Brina, Nuvola o Alba – Rossa, tuttalpiù, per chi ha fede nel sol dell’avvenire.”