Il principio di irriducibilità della retribuzione ed il perimetro di applicazione definito dalla giurisprudenza. Suo recepimento espresso con il D.lgs n.81/2015 nell’art. 2103 C.C., comma 5.

Corte di Cassazione, sez. lavoro, ordinanza n. 23205 del 31/07/2023

Il principio di irriducibilità della retribuzione, ovvero il divieto di diminuzione di questa da parte del datore di lavoro, si applica solo alla retribuzione compensativa delle qualità professionali intrinseche ed essenziali alla qualifica e mansione lavorativa. Non si estende alle componenti retributive accessorie (c.d. indennità modali) compensative di particolari modalità della prestazione. Con l’ordinanza in commento, la Cassazione ribadisce la consolidata interpretazione giurisprudenziale sul perimetro di applicazione del principio di irriducibilità della retribuzione elaborato in base all’art. 36 della Costituzione a nome del quale «Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro» ed al previgente art. 2103 C.C. , comma 1, in forza del quale «il lavoratore deve essere adibito alle mansioni per cui è stato assunto o (omissis) a mansioni equivalenti alle ultime effettivamente svolte senza diminuzione della retribuzione». La giurisprudenza ha distinto tra “elementi della retribuzione compensativi della professionalità”, cioè delle qualità intrinseche alla qualifica professionale e mansione, non riducibili, ed “elementi accessori” esterni a queste ultime, i quali, invece, poiché pertengono solo a modalità di svolgimento della prestazione lavorativa, non sono coperti dalla garanzia del principio di irriducibilità della retribuzione. Il perimetro di applicazione del principio così definito è stato, poi, espressamente riportato dal d.lgs. n.81/2005 (Jobs Act) nel nuovo art. 2103 C.C. che, sul punto, al primo comma, ha eliminato l’inciso «senza diminuzione della retribuzione» e, nel disciplinare il demansionamento, inserendo il comma 5, ha precisato, tra l’altro, che il lavoratore ha diritto al «trattamento retributivo in godimento, fatta eccezione per gli elementi retributivi collegati a particolari modalità di svolgimento della precedente prestazione lavorativa». Uno dei casi in cui la giurisprudenza, con l’interpretazione della norma, risulta più tempestiva del legislatore che si limita ad una successiva mera registrazione. Il principio di irriducibilità della retribuzione ha validità generale e si applica, comunque, anche a prescindere dalla casistica del demansionamento.

Il caso

Un lavoratore, lamentando un demansionamento per assegnazione nel 2004 a mansioni non equivalenti alle precedenti, ricorreva in giudizio per richiedere, oltre il risarcimento dei danni patrimoniali per lesione alla professionalità, anche il pagamento di somme denaro a plurimo titolo, tra cui quello a monetizzazione della revoca datoriale del benefit auto aziendale, a suo dire, attinente alle qualità essenziali della mansione precedente e, quindi, non riducibile dal datore di lavoro. Entrambi i giudici di primo e secondo grado, accertata l’insussistenza del demansionamento per l’equivalenza delle mansioni, respingevano le domande del lavoratore. Quanto alla richiesta del controvalore economico del benefit la Corte di Appello decideva che, nel caso concreto, il principio di irriducibilità della retribuzione non poteva applicarsi, poiché l’auto aziendale era elemento compensativo accessorio ed esterno alla qualifica professionale rivestita e alla prestazione. Infatti, non vi era stata alcuna revoca datoriale del benefit poiché l’auto, al momento dell’assunzione, non era stata oggetto di specifico patto quale elemento essenziale della qualifica professionale ed, inoltre, mutata la policy aziendale, il lavoratore aveva rifiutato la possibilità, pur offerta dalla società, di mantenerla dietro corresponsione di un esiguo contributo economico annuale. Infine, non risultava provato che lo svolgimento della nuova mansione implicasse necessariamente l’assegnazione dell’auto aziendale tanto da giustificarne ancora il riconoscimento. Il lavoratore, al fine di ottenere ragione del preteso diritto, ricorreva in Cassazione per vari motivi tecnico processuali.

L’ordinanza della Corte di Cassazione

La Corte respinge il ricorso del lavoratore e, confermando la correttezza della motivazione del Giudice di merito sulla base dei fatti accertati e provati, ribadisce che il principio di irriducibilità della retribuzione si applica solo ai corrispettivi erogati con riferimento esclusivo alle qualità professionali insite della mansione, attinenti alla professionalità tipica della qualifica rivestita. Non si estende, invece, ai trattamenti accessori di miglior favore, componenti aggiuntive ai minimi tabellari, collegati a particolari modalità di svolgimento della prestazione o a specifici disagi o difficoltà del lavoratore, tutti elementi retributivi che, per loro natura, in quanto esterni alla professionalità, non spettano se non pattuiti come tali qualora vengano meno le condizioni che ne giustificano il riconoscimento. Nel caso, l’auto aziendale non costituiva né era stata pattuita quale elemento contributivo essenziale della prestazione al momento dell’assunzione e la nuova mansione assegnata, per qualità intrinseche, non la giustificava. Pertanto, la retribuzione poteva essere ridotta sul punto, nulla spettando al lavoratore a monetizzazione di un diritto alla retribuzione disancorato dalla qualifica professionale. Considerazioni finali: Il perimetro di applicazione del principio di irriducibilità espresso nell’art. 2103, comma 5 con il D.lgs. 81/2015 ( Jobs Act ) ed il demansionamento. Ai fini del riconoscimento del diritto del lavoratore a mantenere lo stesso livello di retribuzione va sempre guardato, nel caso concreto, ciò che costituisce qualità professionale essenziale della mansione e/o quanto pattuito all’assunzione. Nel caso, la garanzia di irriducibilità della retribuzione non operava, e a prescindere dal demansionamento dichiarato insussistente, per il cui accertamento, in ragione del tempo dei fatti (2004), è stato applicato il previgente art. 2103 C.C. che, al primo comma, stabiliva il divieto di assegnare il lavoratore a mansioni inferiori nel rispetto del limite dell’equivalenza da valutarsi in base alla qualifiche professionali. Il D.lgs. n.81/2015 ha eliminato il suddetto limite, prevedendo, per legge, in caso di modifica di assetti datoriali o in altri casi previsti dalla contrattazione collettiva, l’assegnazione del lavoratore anche a mansioni inferiori, purché rientranti nella medesima categoria legale. Con la disciplina del demansionamento, è stata, poi, anche esplicitata al comma 5 la garanzia del mantenimento del trattamento retributivo «fatta eccezione gli elementi retributivi collegati a particolari modalità di svolgimento della precedente prestazione lavorativa», in recepimento a livello normativo del contenuto del principio di irriducibilità della retribuzione già diritto nelle aule di giustizia perché elaborato dai giudici. Il D.lgs. n.81/2015 non ha, quindi, mutato il perimetro di applicazione del suddetto principio, invariato in base all’art. 2103 C.C. previgente od attuale e la vicenda avrebbe avuto identica conclusione anche nel caso di applicazione del nuovo art. 2103 C.C. Il Jobs Act ha cambiato, invece, il parametro in base al quale può dirsi integrato un demansionamento illegittimo. Con il previgente art. 2103 C.C., l’assegnazione a mansioni inferiori non equivalenti alle precedenti costituiva demansionamento, ed era sempre illegittimo. Con l’attuale normativa il demansionamento diventa legittimo nei due sopravisti casi indicati dalla legge ed assume un profilo di illegittimità solo qualora, nell’ambito di questi, non sia rispettato il limite della “medesima categoria legale”. Un Giudice, quindi, qualora al caso concreto si applichi l’attuale disciplina e si rientri in una delle due ipotesi di demansionamento consentite dalla legge, per valutarne l’illegittimità, dovrà verificare il mancato rispetto del limite della “medesima categoria legale”, ovvero del medesimo inquadramento professionale. Requisito, tuttavia, che la giurisprudenza, a salvaguardia del patrimonio professionale e bagaglio esperienziale del lavoratore e contro la deriva di un’interpretazione letterale e vuota della “medesima categoria legale”, interpreta con riguardo alla reale mansione svolta, al di là della mera classificazione formale della categoria. (cfr. Tribunale di Napoli, sentenza n. 6968 del 27/03/2023-Il danno patrimoniale da demansionamento e dequalifica -cd. danno professionale). Va precisato, comunque, che, a prescindere dal caso in esame, la garanzia di irriducibilità della retribuzione è, e resta, intrecciata alla fattispecie di demansionamento, che, per il mutamento peggiorativo della mansione, risulta il campo elettivo, seppur non esclusivo, in cui l’applicazione del principio entra in gioco, disvelando, come più frequenti, le ipotesi in cui la copertura non possa, di fatto, operare. Se, quindi, da una parte, con il Jobs act, resta invariato il perimetro astratto e teorico dell’estensione della garanzia del principio di irriducibilità della retribuzione (non riducibilità solo degli elementi retributivi compensativi della qualifica professionale), dall’altra, proprio anche e soprattutto a seguito della legittimizzazione del demansionamento nei casi di legge, di fatto e per un effetto a cascata, risultano concretamente ampliate in generale le ipotesi in cui il lavoratore, a causa di un mutamento delle mansioni, possa vedersi ridotta la retribuzione per la venuta meno di benefit non necessariamente strettamente collegati alle qualità professionali intrinseche alla mansione precedente e non giustificati, per identiche ragioni, da quella nuova assegnata.

Irene Gazzi