LA SASSATA WEB: Verso il 25 novembre 2021: Il sesso debole – N.61

di Milena Di Fina

 

Il problema dell’identificazione della donna come moglie di, figlia di, sorella di, sia nella stampa che nei media, si presenta settimanalmente sotto forme diverse: in sostanza nella vita di tutti i giorni la donna non viene mai considerata essa stessa persona e portatrice di diritti individuali e liberali, ma è un dato di fatto che venga rispettata solo in quanto figlia, moglie e madre, sottocategorie dell’essere anzitutto donne. Per essere riconosciute, la nostra società deve affibbiarci quindi alla proprietà di qualcuno, dobbiamo essere dominate, sfruttate dal patriarcato che ha il potere di farci “cosa loro”. Credo fermamente che tutto lo snodo del pensiero femminista e le rivendicazioni sulle violenze di genere nascano da questo concetto. D’altronde lo stesso Marx nella descrizione della proprietà privata e dei rapporti di dominio faceva ben riferimento alla similitudine del legame uomo/donna.

Va da sé che questo concetto inficia e non poco, la condizione della donna nel mondo lavorativo (ma di questo avremo modo di parlare più avanti), e in quello della sfera più personale, dell’amore e dei rapporti umani. Capire di non essere proprietà di alcuno, di non appartenere a nessuno, ci libererebbe da buona parte dei femminicidi oggi presenti sulla scena mondiale e ci regalerebbe quella libertà che a volte ci neghiamo da sole. E’ alla luce di tutto questo che veniamo definite il sesso debole, siamo quelle che possono essere prese, prevaricate e schiacciate alla bisogna, ci siamo rinchiuse da sole dentro stereotipi di genere che ci portiamo dietro da secoli, senza riuscire appieno a essere promotrici di relazioni fondate sul principio di uguaglianza sostanziale e parità di diritti. L’essere mogli, madri, figlie, sorelle di qualcuno prima ancora di essere considerate donne autonome e autodefinite, fa parte del gioco patriarcale e non ci aiuta nella nostra emancipazione.

Intendiamoci, il mio approccio volutamente negativo, sottintende una speranza recondita di generare indignazione e presa di coscienza, per riappropriarci del nostro ruolo sociale, e per questo auspico percorsi di riflessione e crescita individuale sui temi della parità di genere, volti a scardinare stereotipi discriminatori nei nostri confronti. Tanto per capirci, ritengo che non siamo affatto il sesso debole come vogliono farci credere, siamo talmente brave a barcamenarci tra il lavoro, la famiglia e il sociale, che andiamo anche al di là dell’essere troppo forti, direi quasi ironicamente virili (a differenza del critico e musicologo Satragni che per complimentarsi con la direttrice d’orchestra Mallwitz, definì la sua bravura come quella di un uomo… e ho detto tutto!) con tutto il dispendio di energie ed efficienza che il senso del dovere ci ordina.

Ma d’altro canto ce la siamo cercata, avevamo un ruolo temuto e ragguardevole, eravamo matrone, signore indiscusse della famiglia e della comunità, abbiamo creduto che l’avvento dei diritti civili e politici conquistati a fatica ci dessero indipendenza, e invece ci hanno sfinito di pressioni da ogni parte, costringendoci a tirar fuori la rabbia per continuare ad affrontare disuguaglianze di potere. Auspico di raggiungere posizioni giuridiche e sociali rilevanti, senza dover più fare i conti e gli interessi del sesso forte che abbiamo accanto e per crescere generazioni che si sentano uguali gli uni gli altri.