LA SASSATA WEB: Verso il 25 novembre – N.64

di Milena Di Fina

Sei un’handicappata buona a nulla

Siamo a metà strada, il 25 novembre si avvicina, e da qualche giorno mi sono imbattuta in una frase che ha del grottesco, sembra uscita dalla peggiore sequela della peggiore politica di questi ultimi tempi: “sei un’handicappata buona a nulla”. Già, perché c’è gente a cui piace strafare, un po’ come la pagliacciata della tifoseria da stadio dopo aver affossato il DDL Zan in Senato la settimana scorsa. Dicevamo, ad alcuni piace strafare, andare al di là della violenza di genere, della violenza domestica, si tratta di persone talmente infime a cui piace prendersela anche con donne disabili, mettendo in atto discriminazioni multiple. Le donne con disabilità sono già impegnate nel duro lavoro di conquista dei propri diritti fondamentali, dei propri spazi e del riconoscimento per le loro condizioni, devono pure subire maltrattamenti.

Sei un’handicappata buona a nulla”, alcune donne se lo sentono dire quasi ogni giorno, non da estranei ma dai loro compagni e familiari, subendo violenze fisiche o sessuali in numero maggiore rispetto alle donne considerate normodotate. Potrebbe darsi che queste donne, a causa di problemi mentali o fisici, non abbiano contezza di ciò che subiscano, è per questo che si tratta di violenze psicologiche ancora più gravi, discriminazioni multiple appunto che rendono più difficile il percorso di consapevolezza e denuncia. Spesso poi queste violenze sono accompagnate da sensi di colpa per le proprie fragilità e i propri limiti, portandole ad avere una percezione distorta di sé: considerano normale essere sminuite e annientate, non si sentono più persona, sebbene nessuna di loro abbia scelto di portare il fardello della disabilità.

Sei un’handicappata buona a nulla”, dovrei proteggerti, assisterti, prendermi cura di te e invece accresco il tuo sentirti inadeguata, il tuo senso di dipendenza e subordinazione. Come abbiamo più volte sottolineato, è più  facile che queste donne incontrino barriere maggiori, siano esse culturali, la non consapevolezza dei propri diritti e la solita dipendenza economica che non permette loro di emanciparsi: è per questo che bisogna unire i servizi a sostegno della disabilità e quelli per le violenze di genere e in questo modo, creando una relazione di fiducia con la persona coinvolta, si offrirebbero alternative realmente percorribili per uscire dall’incubo che vivono.

Sei un’handicappata buona a nulla”: se gli stereotipi di cui abbiamo parlato in queste settimane vi son sembrati duri, provate a ragionare su questi ultimi, sul know how del nostro Paese che ha gioito e applaudito all’omofobia e all’odio, a quanto ancora dobbiamo fare per essere inclusivi senza ledere i diritti all’autodeterminazione di alcuno. Mi auguro che le donne con disabilità con alle spalle storie durissime di violenza e isolamento, trovino un lavoro e degli affetti veri che le porti a riscattare e riscrivere la loro storia.